martedì 12 giugno 2018

Forza botulino si porta in trionfo da sola

Forza botulino è il motore del successo del centro destra alle amministrative di domenica scorsa. Non  basta il crescente divario, a favore della Lega, per indurre i forzisti a proclami meno roboanti e un po’ più credibili. Anzi, insistono a dettare agli alleati (?) la linea da seguire al governo. La realtà, però, non sfugge a Berlu che annuncia l’ennesima rivoluzione nel suo partito di plastica. Troverà l’ennesimo delfino, sperando che questo abbia il quid mancante ad Alfano, e cercherà di ringiovanire il gruppo sempre più ignorato dagli elettori. Per il momento, però, le dichiarazioni dei soliti protagonisti non vanno nella direzione di un allentamento delle tensioni nella coalizione. Difficile pensare ad una alleanza vera ed organica sino a quando l’immagine di Forza Botulino sarà affidata alle esternazioni di Bernini o Gelmini. E ancora più difficile immaginare un rilancio elettorale con programmi che non appaiono né credibili né accattivanti. Un partito liberale di massa può interessare in una fase di espansione economica, quando prevale l’ottimismo e cresce l’illusione di approfittare dell’ascensore sociale per raggiungere livelli più alti. Ma quando le masse si ampliano perché l’ascensore funziona solo in discesa, il partito del botulino non attrae più. Se Salvini riuscirà a mantenere una anche minima parte delle promesse, fagociterà ciò che resta di Forza botulino. In caso contrario non sarà il delfino di Berlu ad approfittarne. Potrebbe essere Fdi, ma solo se spedirà sull’Aquarius buona parte dell’attuale classe dirigente romana e romanocentrica. Oppure aumenterà l’area del non voto in attesa della nascita di qualche nuova formazione politica. Mentre, sul fronte opposto, il Pd ha dimostrato di essere ancora vivo. Sconfitto ma vivo, con una chiamata alle armi per combattere il Governo gialloverde che ha favorito un ricompattamento. Ovviamente non basterà per il futuro la minaccia di Salvini e Di Maio, servirà un programma che vada nella direzione di una difesa degli italiani. Insomma, il contrario rispetto alle politiche di gente come Del Rio, di Maria Elena Etruria, di Fiano. Quanto ai 5 Stelle, prima o poi tornerà Di Battista e qualcosa potrà cambiare, anche se Casaleggio figlio non pare all’altezza del padre.

lunedì 11 giugno 2018

I migranti? Nei porti francesi

D’accordo che dalla scuola di Gelmini e Fedeli non si può pretendere una grande conoscenza della geografia,  ma è curioso che i giornalisti italiani ignorino che sul Mediterraneo si affaccino altri Paesi oltre a Italia e Malta. E che Francia e Spagna dispongono di porti accoglienti per le navi taxi delle Ong. Ma andrebbe ricordato ai media di servizio che esistono porti anche nell’Europa del Nord, porti considerati preferibili a quelli italiani quando si tratta di accogliere le merci che entrano nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Troppo comodo prendere i soldi e rifiutare i problemi. Non andrebbero neppure dimenticati i porti di Egitto, Tunisia, Marocco. Paesi dove non ci sono guerre, dove non ci sono carestie. Mare Nostrum? Troppo comodo fingere di essere rimasti all’Impero Romano quando, al contrario, da decenni l’Italia non conta più nulla, non ha una politica estera mirata al Mediterraneo, ha accettato senza fiatare le scelte aggressive della Francia e le ingerenze dell’Inghilterra. Il caos libico è stato provocato da Sarkozy, dunque sono i porti francesi che devono farsi carico delle conseguenze del disastro. E Bruxelles tace o balbetta le consuete idiozie senza senso, evidente dimostrazione del fallimento di una Europa affidata a burocrati ottusi quando non in palese malafede.  Il gesto di Salvini è riuscito almeno a dimostrare le assurdità di questa politica europea priva di ogni futuro se non viene radicalmente modificata. Non ha più senso dare ascolto ad alcolisti che ordinano di rispettare i parametri economici e finanziari (parametri sbagliati, peraltro) e tacciono di fronte ai costi dell’invasione. Probabilmente Salvini sarà costretto a cedere, ma ha comunque lanciato un segnale chiaro e coraggioso. Se non si vuol far saltare l’Unione europea, sarà meglio che a Bruxelles e a Berlino non sottovalutino la rabbia italiana.

mercoledì 6 giugno 2018

Forza botulino rende impossibili le alleanze regionali

Il dibattito in Senato sulla fiducia al nuovo governo avrebbe sancito la fine di ogni alleanza tra Lega e  Forza botulino. Avrebbe, perché in Italia nulla è così stabile come il provvisorio ma nulla è così provvisorio come le dichiarazioni di principio. Dunque Forza botulino potrà mantenere le giunte dove  governa insieme al barbaro leghista. Più imbarazzante sarà immaginare le prossime campagne elettorali, considerando che il veleno non viene sparso a piene mani soltanto da Bernini o Brunetta, ma anche dagli esponenti locali. Gli stessi che, in teoria, dovrebbero presentarsi insieme al barbaro in Trentino, già in autunno. E poi in Regioni come Piemonte e Sardegna dove, sempre in teoria, il centro destra potrebbe vincere archiviando i governi insoddisfacenti del centro sinistra. La frustrazione di Forza botulino potrebbe provocare situazioni completamente differenti. Tanto più se si considera che il prossimo anno si voterà anche per il Parlamento europeo, con posizioni molto diverse tra Salvini e Tajani. Un fronte populista contro un’alleanza tra forzisti e Pd? Per l’Europa il problema non si pone, poiché non ci sono coalizioni, ma una campagna elettorale impostata in un certo modo per l’Europa renderebbe difficile un accordo per governare insieme le Regioni. Resta poi l’incognita di Fratelli d’Italia. Per Meloni non si tratta di scegliere se essere prima in Gallia o seconda a Roma. Il suo è un ruolo marginale ma che potrebbe risultare comunque determinante. E tra essere la stampella di Forza botulino in declino o della Lega in crescita, la scelta pare facile. D’altronde si è visto in Valle d’Aosta   come l’alleanza tra Forzisti e Fdi sia risultata fallimentare, con neanche il 3% di voti complessivi e nessun eletto mentre la Lega trionfava. Sarebbe però necessario decidere subito il percorso da intraprendere. In Piemonte il centro sinistra ha già scelto il candidato. Il centro destra neppure le alleanze.

lunedì 4 giugno 2018

La banda del botulino preferisce il Pd

Domenica si voterà in molti Comuni italiani e il centro destra si presenta quasi sempre unito. Forse la banda del botulino all’interno di Forza Italia non lo sa. E forse non sa che in autunno si vota per le provinciali in Trentino, che la prossima primavera si vota per alcune regioni. Che cosa vogliono fare Brunetta e la Bernini? Ad ascoltare i loro commenti di questi giorni sembra che preferiscano un accordo con il Pd, magari illudendosi di una frattura che porti il bugiardissimo a creare un nuovo partito pronto all’alleanza del botulino, dopo il partito di plastica può nascere il partito della chirurgia plastica. Sostenuto da Sallusti, dalle reti Mediaset e pure dalla Rai perché i gialloverdi non saranno capaci di far piazza pulita e continueranno ad affidarsi ai soliti personaggi, accontentandosi di false promesse di correttezza ed imparzialità. Sul fronte opposto la situazione è più chiara. Lega e 5 Stelle almeno sono più chiari, la loro non è una alleanza strutturale ma un semplice accordo di governo che dovrà conciliare posizioni non sempre vicine. Poi, come diceva giustamente il vecchio democristiano Cirino Pomicino, nulla impedisce di presentarsi alle elezioni su fronti contrapposti per individuare, successivamente, temi comuni su cui accordarsi per governare. Dc e Psi si fronteggiavano nelle urne e poi governavano insieme. Resta l’incognita di Fdi, che non può crescere più di tanto con questa classe dirigente romana ma che ha qualche potenzialità in alcuni territori. Dovranno decidere con chi stare, se con il barbaro Salvini o con le madame del botulino e della plastica. Anche in caso di cartello elettorale a tre non potranno continuare a restare neutrali e a non contare nulla, restando equidistanti per ottenere qualche poltrona in regione o in comune. E prima o poi dovranno schierarsi pure gli esponenti locali di Forza Italia, scegliendo il barbaro o il botulino. Non è possibile continuare a lungo con l’ambiguità di una pseudo alleanza attaccata più volte al giorno dalle tv di un sedicente alleato.

venerdì 1 giugno 2018

Calenda e i Micron restano senza Fronte Repubblicano

D’accordo, in un Pd affidato a Martina è già un miracolo trovare qualcuno, come Calenda, in grado di  fare un ragionamento che superi i confini locali. Però il povero Calenda non si è accorto che la Francia ha una situazione molto diversa da quella italiana e che se Parigi ha Macron, il Pd italiano può contare solo sui Micron. Inevitabile, dunque, che la proposta di un Fronte Repubblicano anti populisti fascisti sia naufragata appena varata. D’altronde Marine Le Pen disponeva di una forte minoranza mentre Lega e 5 Stelle hanno una evidente maggioranza seppur pasticciata. E il fascino del Fronte Repubblicano di Calenda, magari insieme al bugiardissimo, proprio non è emerso. Neppure i sopravvissuti di LeU si sono fatti coinvolgere, più interessati ad un eventuale ricompattamento della sinistra ma per nulla attratti da un Fronte allargato magari anche a Forza Italia.  Tra i berluscones, invece, la tentazione del Fronte Repubblicano serpeggia. In una parte sempre più esigua del partito, ma c’è. Gli altri, invece, guardano ormai a Salvini come leader del centro destra intero e pensano a come riposizionarsi. Il disastro in Friuli Venezia Giulia e la cancellazione totale di Forza Italia in Valle d’Aosta hanno chiarito i termini del problema. Manca la soluzione. Se passare armi e bagagli nella Lega o se trasformare Forza Italia in un partito completamente diverso da quello di oggi. Perché con Gelmini e Tajani, sempre troppo vicino a Juncker, non si possono conquistare grandi risultati. Quanto al Fronte Repubblicano, il povero Calenda può contare sul sostegno del mondo dei giornali e dei giornalisti. Quelli che stanno chiusi nelle redazioni, che flirtano con i potenti (in realtà non flirtano ma si limitano a prendere ordini, felici di leccare la mano che getta l’osso) ma che ignorano completamente la realtà.

martedì 29 maggio 2018

Berlu vuole l’accordo con la Lega ma la attacca con il Tg5

Adesso Berlu cerca di rimettere insieme i cocci del centro destra. Le elezioni si avvicinano e i sondaggi, quelli che per Berlu sono Vangelo, non sono proprio incoraggianti per Forza Italia. Dunque nessuna fiducia a Cottarelli e ampi sorrisi a Salvini. Nel frattempo, però, il partito Mediaset continua ad attaccare la Lega e Fdi, tanto per chiarire il livello di lealtà che possono aspettarsi in futuro Salvini e Meloni. Tralasciando anche le pesanti offese rivolte ai leghisti da alcuni esponenti di Forza Italia che adesso vorrebbero essere rieletti con il sostegno dell’intero centro destra. Ancora questa mattina il Tg5 ha presentato Cottarelli non con una normale biografia ma con una agiografia semplicemente ridicola o vergognosa. Forse, prima di provare a ricreare l’alleanza, sarebbe il caso di cominciare a dimostrare un briciolo di correttezza, di lealtà. E non è che il Giornale diretto da Sallusti abbia avuto atteggiamenti particolarmente simpatici nei confronti di chi dovrebbe ora tornare a stipulare una alleanza elettorale. Su quali basi, poi? Sulla base della manifestazione di stima e fiducia nei confronti di Mattarella? Sul servilismo nei confronti del capitalismo speculativo? Le giustificazioni di Berlu e del partito Mediaset sono ormai ridicole: il sant’uomo di Arcore sarebbe costretto a questi comportamenti indecenti per salvare il lavoro delle migliaia di famiglie che lavorano nel suo gruppo. Peccato che in Italia esistano decine di migliaia di imprenditori che occupano milioni di lavoratori ma non per questo devono prostituirsi politicamente per salvare le aziende. Mediaset è sotto attacco e le altre imprese no? È vero, ma perché mai gli alleati dovrebbero difendere la proprietà di Berlu se il sant’uomo di Arcore la utilizza contro gli alleati? Se si tratta delle famiglie dei lavoratori, la proprietà non è determinante. Se si tratta di tutelare la proprietà, allora diventa determinante quella lealtà che sino ad ora Mediaset ha sempre evitato di dimostrare.

lunedì 28 maggio 2018

Italia verso il nulla, ma commissariata

E adesso? Di fronte allo scontro istituzionale, gravissimo e per colpa di Sergio Mattarella, l’Italia si è schierata senza se e senza ma. Sul nuovo governo? Ovviamente no. Sulle eliminazioni al Grande Fratello. In fondo poco è cambiato rispetto a quando Giorgio Gaber cantava che “l’Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar” mentre i tecnocrati organizzavano un golpe bianco. L’unico cambiamento è che si è passati dalle carte alla tv e dal bar al divano di casa. Non è un caso se proprio le tv siano inondate di pubblicità sui divani. Dunque nell’indifferenza generale e nella indignazione di pochi, si proseguirà con il colpo di stato mascherato. Mattarella sarà appoggiato non solo dal Pd, che vede uno spiraglio per uscire dal cul de sac in cui si è cacciato, ma anche dai boldriniani e da Silvio Berlusconi. Che ha già scatenato il suo braccio armato, il Tg5, per attaccare quelli che in teoria sarebbero gli alleati di Forza Italia, cioè Lega e Fratelli d’Italia. Vergognosa la rappresentazione della crisi e delle responsabilità, d’altronde Lega e Fdi mai si sono impegnati per ottenere un atteggiamento corretto ed imparziale da parte di Mediaset ed ora devono mettere in conto una offensiva generale di tutti (o quasi) i media nazionali. La Rai renzizzata, Mediaset berlusconiana, i quotidiani della galassia debenedettiana, il Corriere di braccino Cairo. Chi è causa del suo mal.. Ovviamente sotto attacco ci saranno soprattutto i pentastellati, accusati per qualsiasi cosa, vera o falsa. Non che loro facciano qualcosa per evitare le critiche, che si tratti delle buche di Roma o dell’asservimento al vecchio sistema di potere a Torino. Nel frattempo riprendono massicci gli sbarchi di clandestini. Tanto per chiarire che si può anche utilizzare l’arma delle migrazioni per colpire un’Italia commissariata.

mercoledì 23 maggio 2018

Gelmini contro Conte all’asilo Mariuccia

“Chi la fa, l’aspetti”. No, non siamo all’asilo Mariuccia. La storica frase è stata pronunciata da Mariastella Gelmini, ora capogruppo di Forza Italia, ed è riferita allo strano curriculum di Giuseppe Conte, ricco di riferimenti che non avrebbero riscontri. In realtà non avevano riscontri neppure le dichiarazioni della Gelmini nella sua veste di ministro dell’Istruzione, allorché si dedicò ad apprezzamenti sul tunnel che univa Ginevra al Gran Sasso. Un tunnel che non esiste, ovviamente, ma questo era un particolare irrilevante per chi si occupava del settore scolastico ed universitario italiano.    Ora, con la frase da asilo, recupera almeno un ruolo per la formazione dei più piccoli. Il prossimo scontro politico sarà a base di “gne gne” e di “non ti faccio più amico”. D’altronde il Pd, imponendo Fedeli come ministro dell’Istruzione e della ricerca, era riuscito a far peggio. Perlomeno Conte uno straccio di laurea ce l’ha davvero. Ma è il livello medio generale ad essere drammaticamente basso, al di là dei titoli di studio. Si ironizza sui congiuntivi sbagliati ma forse sarebbe il caso di andarsi a rivedere i filmati con le interviste ai politici in occasione dei 150 anni dell'unità d’Italia. Ignoranza assoluta sulla storia nazionale, sulle istituzioni. Conseguenza inevitabile di aver affidato a certi ministri la scuola italiana. Il livello peggiora progressivamente e non si fa nulla per invertire il trend. Così anche i migliori, usciti dai pochi atenei di qualità, si inventano percorsi universitari all’estero per  un senso di inferiorità e per un provincialismo imbarazzante. Mentre gli altri, usciti da università dove la didattica è carente e la ricerca inesistente, si nascondono dietro al livello elevato di pochi atenei apprezzati anche all’estero. Ma con queste basi si pretenderebbe persino di avere una classe dirigente di qualità, non solo tra i politici ma anche nella società civile. Perché è vero che ci sono stati grandi scienziati e statisti senza una laurea, ma con una formazione personale continua e di ottimo livello. Non con una giovinezza trascorsa su un divano a sbirciare programmi spazzatura come il Grande Fratello.

martedì 22 maggio 2018

Mattarella non vuole Savona? Dovrebbe spiegare il perché

L’economista Paolo Savona non piace a Mattarella. Ovviamente anche il presidente della repubblica può avere le sue preferenze e può entusiasmarsi persino per ministri come Padoan o addirittura Fedeli, senza emettere un fiato per la loro inadeguatezza. Ma se Mattarella non vuole Savona come ministro, dovrebbe motivare la scelta in qualche modo. Non basta dire che non gli piace. Magari dovrebbe aggiungere che ha ricevuto degli ordini da qualcuno fuori dall’Italia e che, da soldatino ubbidiente, si è subito adeguato. Perché mai come adesso appare evidente la subalternità dell’Italia nei confronti di tutti. Non importa se si è servi dell’asse angloamericano o di quello francotedesco. Servi si resta. Perché un presidente della repubblica avrebbe dovuto avere il buon gusto di protestare, a muso duro, contro le inaccettabili interferenze e gli ammonimenti arrivati prima dai commissari europei e poi da politici francesi e tedeschi. Invece nulla. Silenzio assoluto a rimarcare che non abbiamo un presidente arbitro super partes ma un arbitro schierato contro chi è stato votato dagli italiani. Non è una bella cosa. E Mattarella sa benissimo che Paolo Savona può avere tutte le idee eterodosse, ma da ministro avrebbe anche dei limiti per la sua azione. Non quelli a cui si riferisce il ministro francese e che la Francia ha superato ogni volta che ha voluto. Ma comunque dei limiti oggettivi. Meno limiti avrebbe un Salvini ministro dell’Interno per intervenire contro l’inarrestabile invasione voluta dai mercanti di schiavi e da un padronato ottuso che li sfrutta. Con costi enormi per gli italiani, soldi che potrebbero essere utilizzati per migliorare la sanità o per ridurre le tasse, o per creare occupazione qualificata. Scelte che, evidentemente, non piacciono agli euro cialtroni impregnati di politicamente corretto. Quanto agli aspetti economici e finanziari, non c'è dubbio che l’Italia sia ampiamente inadempiente. Tangenti, corruzione, sprechi, incapacità, clientelismo, miopia: tutti difetti reali che coinvolgono politici, imprenditori e il comune cittadino. Ma sono inadempienti anche Paesi come la Germania che  scarica sull’Europa i buchi delle sue banche causati da assurde politiche tedesche in Grecia; come i Paesi del Nord che fanno transitare dai loro porti le merci cinesi contraffatte; come i Paesi del fronte orientale che taroccano i marchi del cibo italiano; come la Francia con immense porcate sul fronte internazionale. La differenza è che loro hanno presidenti che difendono i rispettivi Paesi e non si oppongono al voto popolare.

giovedì 17 maggio 2018

Multe europee per il governo gialloverde. O no?

È una vergogna il governo gialloverde. Ci costerà una montagna di denaro. E si comincia subito. Per colpa di Salvini e Di Maio dovremo pagare multe colossali per la pessima gestione della xilella. E altre multe gigantesche per il mancato stoccaggio delle scorie nucleari. Ma è ancora peggio la multa europea per l’inquinamento nelle grandi città. Meno male che ci pensa Bruxelles a intervenire contro il dilettantismo dei leghisti e dei pentastellati. Ah no, contrordine compagni e forzisti: pare che le multe si riferiscano a comportamenti dei precedenti governi, quelli responsabili e di elevata professionalità. Ma almeno sarà colpa dei gialloverdi il pasticcio sulle quote latte, che ha portato alla cancellazione di migliaia di stalle italiane. No, dalla regia ci comunicano che la questione era stata gestita dai governi precedenti. Beh, se si trattava anche del governo Berlusconi vuol dire che le stalle erano troppe e che era giusto eliminare gli allevatori. Il debito pubblico, però, è sicuramente cresciuto per colpa dei leghisti e dei pentastellati, ed è sacrosanto che ora l’Europa si preoccupi per il loro governo di irresponsabili e di persone che non hanno mai lavorato. Ah no? Il debito è cresciuto con i governi dei tecnici e dei professori? Strano, ma avranno migliorato la vita degli italiani, rendendoli più ricchi, più felici, più sicuri. Non risulta? Strano, sarà colpa delle statistiche sbagliate. Perché gli speculatori, in Italia, sono felici, ricchi e sicuri. E gli altri? Chissenefrega. Come spiega bene Riotta, in Costituzione non c’è scritto che la sovranità appartiene al popolo. Va bene, ci sarebbe scritto, ma nel Bignami dove ha studiato Riotta quella parte era stata dimenticata. Mica sarà colpa sua, come non è colpa sua se quando ha fatto il direttore di un quotidiano le copie vendute sono crollate. L’informazione ufficiale è la sua, a prescindere. Dunque niente sovranità al popolo, e niente lavoro.  Anche repubblica democratica è da cancellare. Se lo dice Riotta..

martedì 15 maggio 2018

Tutti muti sulla strage di palestinesi voluta da Trump

Le primavere arabe hanno fatto sollevare il mondo perché i regimi locali avevano assassinato alcuni manifestanti. Israele ammazza, in un colpo solo, più di 50 manifestanti palestinesi, con oltre 2mila feriti, ma il mondo non si solleva. Il massimo dell’indignazione è rappresentato da quella farsa che è l’Unione europea che invita alla moderazione. E tacciono i responsabili del Giro d’Italia che han fatto partire la gara da Israele: i soldi non hanno odore, neppure quello del sangue. Trump, quello tanto bravo ad esportare la democrazia ed a minacciare chi colpisce i civili, provoca gli scontri con i palestinesi e se ne frega delle conseguenze. O forse no. Sono proprio queste le conseguenze che voleva provocare perché agli Stati Uniti fa comodo un Mediterraneo in perenne subbuglio. Così la Russia è impegnata su questo fronte e non disturba il duopolio Usa-Cina sul Pacifico, così l’Euroa deve affrontare una perenne emergenza e non può rappresentare una minaccia per i traffici americani, così i Paesi arabi si distraggono dai problemi interni, così il prezzo del petrolio sale, così i trafficanti di armi godono. E così il genero di Trump è felice perché vede ammazzare un po’ di odiati palestinesi. Strano che Mattarella non abbia nulla da dire, visto che ormai interviene su qualsiasi argomento. Inutile, ovviamente, attendersi un commento da quello che è tutt’ora il ministro degli Esteri, Angelino Alfano. E tacciono anche tutti gli altri protagonisti del governo ancora in carica. Boldrine è troppo impegnata a discettare di Iva sugli assorbenti, Grasso è sparito dalla scena. Tace il centro destra, forse Gelmini sta studiando per scoprire se i tunnel di Gaza sono collegati con il Gran Sasso e con Ginevra. E pazienza se la strage continua.

lunedì 14 maggio 2018

Le destre analfabete disertano il Salone del libro

Code interminabili, al Salone del libro di Torino, per assistere agli interventi dei guru televisivi. Quasi  tutti schierati dalla medesima parte ma, soprattutto, tutti conosciuti più per le comparsate in tv che per la qualità dei propri libri. È vero che la gestione del Salone è assolutamente di parte, ultima ridotta di una egemonia culturale della sinistra che non ha più nulla di culturale ma che resta egemonica a prescindere. Ma è ancora più vero che quando la Regione Piemonte è stata guidata dal centro destra, nulla è stato fatto per creare un’alternativa. Anzi, per la cultura si sono scelti assessori che non potevano essere più allineati con la sinistra culturale e non solo culturale. Ovviamente premiati a fine corsa. Uno scenario che non favorisce la presenza, al Salone, delle case editrici che non fanno parte del sistema culturale politicamente corretto. E con una evidente difficoltà nell’organizzare presentazioni e conferenze all’interno del Salone. Infatti le iniziative sono state realizzate all’esterno, in sale che nulla hanno a che fare con la struttura del Lingotto Fiere. Ma se i vertici del Salone sono schierati da una parte, nulla impedirebbe alle Regioni guidate dal centro destra di partecipare alla festa del libro organizzando presentazioni e iniziative di ogni tipo. Invece a Torino sono presenti Puglia, Friuli-Venezia Giulia (ma ancora di marca serracchiana), Sardegna,  Toscana, Calabria, Valle d’Aosta. Non pervenuti Veneto, Lombardia  e Liguria. Nessun segnale dalla Sicilia. Rinunciare ad essere presenti, e protagonisti,  nei luoghi dove si dovrebbe fare cultura non è proprio una grande idea. Indubbiamente è più facile lamentarsi della faziosità altrui, nascondendosi dietro il paravento della discriminazione quando, invece, è solo pigrizia ed incapacità. D’altronde non è che Liguria, Veneto, Lombardia  e Sicilia abbiano messo in campo iniziative politiche e culturali  alternative al Salone di Torino.

martedì 8 maggio 2018

Era Crozza ad imitare Mattarella sul governo neutrale. Ci avete creduto?

Avete capito male. Quello apparso ieri in tv non era il vero Mattarella, ma era Crozza che imitava il presidente. Perché l’idea di un governo neutrale è una bufala evidente. Cosa significa “neutrale”? Considerando che dovrebbe metter mano al documento di programmazione economica, che dovrebbe individuare le misure per evitare l’aumento dell’Iva, che dovrebbe confrontarsi con l’Europa sul problema dell’invasione e dei tagli all’agricoltura, è evidente che dovrebbe schierarsi in qualche modo sui fatti. Abbassare le tasse o prevedere una patrimoniale? La scelta non è neutrale. Non esiste nulla di neutrale in politica. Se poi Crozza-Mattarella pensa ai sedicenti tecnici, è ancora peggio. Tutti si ricordano benissimo i disastri provocati dal Grigiocrate Monti e dalla belva Fornero. Non è il caso di riprovare con simili tecnici, con questi disastrosi esperti neutrali.  Neutrali, poi, rispetto a cosa? I nomi che compaiono sui quotidiani come possibili ministri sono tutti, immancabilmente, vicini al Pd. Un caso, sicuramente. O l’ennesimo errore dei giornali che scambiano i loro desideri per le indicazioni del Quirinale. Dunque è evidente che quella a cui abbiamo assistito non è una dichiarazione del presidente della Repubblica ma una scena del programma di Crozza. D’altronde come si può pensare che non fosse Crozza ad imitare Salvini, Di Maio e tutti gli altri quando ipotizzavano  il voto per metà luglio? Le famiglie in vacanza in giro per l’Italia o all’estero dovrebbero caricare bambini e bagagli per tornare in città o voterebbero nelle cabine sulla spiaggia? Un seggio sul Monte Rosa lo vogliamo mettere? O pensano davvero di far cancellare le prenotazioni di hotel e case? Per la felicità degli operatori turistici, ovviamente. No, è chiaro che fosse il programma di Crozza. O era una puntata di Scherzi a parte?

lunedì 7 maggio 2018

Londra alle prese con delitti etnici

Il multiculturalismo non produce risultati entusiasmanti a Londra. La capitale inglese è diventata anche capitale degli omicidi di ragazzi. Scontri tra bande o, più semplicemente e tragicamente, uccisioni di ragazzi che si sono trovati a passare nel quartiere sbagliato in un momento sbagliato. Il sindaco, espressione politicamente corretta della multietnicità londinese, ha subito dichiarato che la situazione è inaccettabile. Le stesse parole usate dopo ogni omicidio precedente. Il vero problema è che non si sa come intervenire concretamente per debellare il fenomeno di una delinquenza giovanile senza controllo. In questi anni si è puntato sulla tolleranza pressoché assoluta. Bisognava capire, comprendere, accogliere, inserire. Non ha funzionato. Si sono creati quartieri dove le leggi inglesi sono ignorate e dove vale la legge etnica, a prescindere dalla sharia o da altre indicazioni religiose. A questo punto, però, diventa anche estremamente complicato imporre regole ferree con la minaccia di punizioni esemplari. Dai doveri imposti dallo Stato si è passati ai diritti individuali che si sono trasformati in diritti dei gruppi etnici o religiosi. E imporre ora l’autorità dello Stato significherebbe mettere in conto incidenti con feriti e anche morti negli scontri con le forze dell’ordine. Non imporla significa accettare morti e feriti per le aggressioni delle bande, per la rabbia montante, per l’insofferenza dilagante. Lo Stato non è credibile e non lo è neppure il sindaco allogeno. Ormai sono mondi che non si comprendono e che riescono a convivere solo sino a quando restano separati. Se si espandono in quartieri limitrofi, si scatenano le violenze etniche. Se restano nei propri quartieri impongono leggi diverse da quelle ufficiali.

venerdì 4 maggio 2018

Il Pd sconfitto torna protagonista

Il trappolone del bugiardissimo ha funzionato. Il Pd, grazie ad una pessima stagione di governo, è stato spazzato via dagli elettori. Ma, grazie ai giochini di palazzo, è tornato protagonista. Una pessima legge elettorale ha fatto il resto, impedendo di formare un governo che potesse rispecchiare il voto degli italiani. Il bollito di Arcore è riuscito nel suo intento di impedire un governo tra Lega e 5 Stelle ma ora guarda con preoccupazione ad un eventuale ritorno immediato alle urne. Perché i risultati del Friuli Venezia Giulia sono stati chiari: Forza Italia è la ruota di scorta della Lega. Al Nord, ma in prospettiva anche al Centro Sud. Il voto del Molise e del Friuli Venezia Giulia ha però evidenziato anche una crisi dei grillini. La conduzione del gioco di Gigino Di Maio per la formazione di un governo non è piaciuta alla base. Non sono piaciuti i cambi nel programma su temi importanti come le alleanze internazionali ed i rapporti con l’Europa. Non sono piaciuti i candidati sul territorio. Quanto alla Lega, è cresciuta in modo impressionante ed è chiaro che stia fagocitando Forza Italia mentre il ruolo di Meloni e Fdi resta marginale, irrilevante. Salvini, però, ha difficoltà a capitalizzare i successi regionali. Nessuna grande idea è ancora emersa dalle Regioni guidate dal centro destra, nessun progetto. Non da Molise e Friuli, dove si è appena votato. Ma da Lombardia, Sicilia, Liguria.  Dovevano essere le basi di un trionfo nazionale, sono rimaste alla solita routine. Un gravissimo errore. Che permette al bugiardissimo di uscire dall’angolo, dal cul de sac dove si sperava restasse confinato. Invece ha dimostrato di sapersi muovere ancora. Nonostante i pessimi risultati alle elezioni nazionali e poi in quelle regionali. Un Pd che non sa governare ma che può impedire agli altri di farlo. Con personaggi impresentabili, come Serracchiani o Maria Elena Etruria, che vengono imposti ugualmente. Grazie ad una informazione schierata, ma questo è un merito del bugiardissimo ed un demerito degli avversari che non sanno gestire il problema dell’informazione .

mercoledì 2 maggio 2018

Salvini leale a Berlu che lo pugnala con il Tg5

La banda dei dog sitter di Dudu aveva sputato fuoco e fiamme contro Salvini quando sembrava che il leader della Lega volesse fare un accordo con i 5 Stelle escludendo la corte di Arcore. Tranne, poi, dover fare una patetica marcia indietro quando si sono accorti che Salvini era leale al centro destra con cui si era presentato alle elezioni del 4 marzo. Peccato che i dog sitter continuino a non fiatare di fronte alla linea anti leghista del tg5 del signore di Arcore. Dalla politica estera all’economia, dal problema dei migranti alla criminalità, se la Lega è schierata su alcune posizioni, immancabilmente il Tg5 è sul fronte opposto. Come esempio di lealtà berlusconiana non c’è male. E se queste sono le premesse per un governo dell’intero centro destra, le prospettive non sono proprio entusiasmanti. Quanto potrebbe reggere il rigore Salviniano a proposito dei clandestini a fronte di una campagna mediatica buonista condotta dall’ammiraglia berlusconiana? Quanto potrebbe reggere un governo se il tg che fa capo a uno dei leader della coalizione esalta i risultati ottenuti dal governo Gentiloni e dalle riforme del bugiardissimo, svicolando su tutti i dati negativi a partire dall’aumemto di precariato e povertà? Il centro destra vuole andare al governo con uno dei tre partner che ha il coltello nascosto dietro la schiena, pronto a colpire gli alleati. No, non è proprio un atteggiamento corretto, leale. Neppure furbo. Ma, evidentemente, piace a Berlu ed ai dog sitter. Peccato che questi ottusi di italiani votino sempre meno per Forza Italia, disgustati proprio dai comportamenti del partito Mediaset. Finite le tornate elettorali, sarebbe il caso che Salvini e Meloni  pretendessero un chiarimento da Berlu su questo tema. E magari anche un cambiamento radicale

lunedì 30 aprile 2018

Dopo il voto in Friuli, Mattarella continuerà a non vedere?

Dopo aver ignorato il voto in Molise e, in contrapposizione alle scelte degli elettori, aver cercato di favorire la nascita di un governo 5 Stelle-Pd, ora Mattarella se ne fregherà anche del clamoroso risultato in Friuli Venezia Giulia. D’altronde lui risponde ad altri,  non certo agli italiani. Ma se il presidente ignora il risultato, forse è il caso che prestino un po’ di attenzione i vari partiti. L’Oscar per  la dichiarazione post elettorale più assurda va sicuramente assegnato al candidato Pd della coalizione del centro sinistra. Dopo 5 anni di governo Pd con la pessima Serracchiani, di fronte a un Pd ridotto al 18% e con il centrodestra che sfiora il 60%, il poveruomo sostiene di passare al leghista Fedriga una regione in salute, governata bene. Così bene da spazzar via chi l’ha gestita. Ma dovranno porsi qualche domanda, magari trovando anche una risposta, i 5 Stelle che crollano al 7% e con un candidato che arriva al 12%. Colpa dell’ennesima scelta sbagliata del candidato (ci sarà un responsabile, visto che il problema si ripete?) o colpa della scellerata gestione Di Maio-Fico delle trattative per il governo? Qualche domanda dovrebbe farsela anche il centro destra,  ma le prime risposte non denotano proprio una grande analisi. I giornali anti salviniani, cioè praticamente tutti, mettono in risalto la tenuta di Forza Italia. Che, in realtà, ha preso un terzo dei voti della Lega e addirittura poco più di un quarto se si aggiunge alla Lega anche il risultato della lista del leghista Fedriga. Una risposta chiara ed evidente a chi, tra la banda di dog sitter di Dudu, sproloquiava sul voto centrista, benedetto da Bruxelles, contro i populisti. Invece i populisti hanno trionfato evidenziando la marginalità del partito Mediaset e dei dog sitter. Infine la Meloni non può vantare più di tanto un risultato che continua a confermare il suo ruolo da ultima ruota del carro. Lei è a capo di un partito teoricamente nazionale mentre  Salvini sta trasformando un movimento che era solo nordista. Eppure la Lega vola e Fdi no. Se Meloni dovesse farsi qualche domanda, si spera che non sia La Russa a rispondere.

sabato 28 aprile 2018

La Stampa dà i numeri contro la Lega

Qual è la differenza tra il 17,37% e il 19,5%? Per La Stampa, sempre più La Busiarda, dipende. Se l’incremento è quello della Lega nei sondaggi dell’Istituto Piepoli, allora la crescita è dell’1,2%, un progresso “percettibile”, secondo il quotidiano torinese. Così si può tranquillamente titolare sul grande rafforzamento dei 5 Stelle che crescono dell’1,3%. Se si fosse ammesso che l’incremento della Lega è del 2,2% si sarebbe dovuto titolare su Salvini. Dunque meglio far finta di non saper fare addizioni e sottrazioni e penalizzare gli avversari. Sì, avversari, perché nessuno crede più a giornali imparziali che si limitano ad informare. Comunque, al di là delle falsità della Stampa, i sondaggi di Piepoli sono interessanti perché indicano una tendenza alla polarizzazione, con il Movimento 5 Stelle  che salirebbe dal 32,66 al 34% e il centro destra che raggiungerebbe il 38% con la Lega ormai vicina al 20%, Forza Italia stabile al 14 e Fratelli d’Italia in flessione di quasi un punto rispetto al 4,5% del 4 marzo. E Noi con l’Italia in ulteriore discesa all’1%. Ma andrebbe ancora peggio al centro sinistra, sulla base di questi sondaggi (non è obbligatorio fidarsi, ovviamente). il Pd scenderebbe dal 18,7 al 17,5% e resterebbero irrilevanti le altre formazioni di appoggio, dalla Lorenzin alla Bonino. Per un totale del 20,5% a fronte del 22,8% di marzo. In pesante calo anche LeU, accreditato del 2% rispetto al  3,38% di marzo. Un quadro che chiarisce il successo politico e mediatico di Martina e che non offre molti appigli a Mattarella per insistere con l’alleanza tra 5 Stelle e Pd. Ovviamente sono solo sondaggi, ma se anche fossero voti veri non cambierebbe molto. I segnali ci sono per chi vuole vederli. Dunque non Mattarella e neanche Martina. Li vede Salvini, li vede Di Maio e li vede pure il bugiardissimo che si gode l’insuccesso di chi lo ha emarginato. Li vedono Boldrine e Grasso, impegnati a cercare di farsi imbarcare in un prossimo governo per non sparire del tutto. Non li vede invece Meloni che non fa nulla per uscire dalla sua marginalità, dal suo angolino privo di riflettori. D’altronde non è molto portata per le riflessioni.

giovedì 26 aprile 2018

Fico o i tecnici? Il disastro annunciato

Finita l’orgia dei festeggiamenti per la sconfitta contro Pirro (o erano per le guerre Puniche?), oggi si saprà se il tentativo di formare un governo 5 Stelle- Pd può proseguire, mettendo da parte il bugiardissimo e il giglio tragico, oppure se la palla tornerà a Mattarella. Che, anche in questa circostanza, ha ampiamente dimostrato di non essere super partes, d’altronde solo le anime belle credono ancora all’imparzialità del Colle. In Italia gli arbitri sono malati di sudditanza psicologica e il Quirinale non fa eccezione. Se poi la coalizione di centro destra, per accontentare il bollito di Arcore e il gruppo Dudu, fa di tutto per non andare al governo, è evidente che Mattarella si ritrova con tutti gli alibi a disposizione per fare ciò che gli pare. E se il tentativo di Fico non andrà a buon fine, c’è sempre la minaccia di un governo del presidente, affidato ai tecnici imposti dalla Troika e sostenuto da Berlu, dal Pd, da tutti quelli che si sentono “responsabili” o che, semplicemente, vogliono rimanere in Parlamento per tutta la legislatura. In tutto questo rabel manca un protagonista: il popolo italiano. Che viene chiamato al voto per poi essere ignorato ad urne chiuse. Un governo del presidente significherebbe stangate a raffica per accontentare Bruxelles e il Fondo monetario internazionale. Hanno già chiesto nuove tasse, una patrimoniale, una riduzione delle pensioni. Per il nostro bene, sia chiaro. Mentre un governo 5 Stelle-Pd vorrebbe dire porte spalancate all’invasione e nuove stangate per mantenere le grandi risorse. Non a caso sono ripresi, indisturbati, gli sbarchi di clandestini. Eppure il “duro” Minniti è ancora in carica come ministro dell’Interno. Prospettive allarmanti per le quali si può ringraziare Berlu, Dudu, Gianni Letta e Confalonieri. Ma loro si salveranno mentre gli altri italiani si arrangeranno

venerdì 20 aprile 2018

Sorpassati anche dalla Spagna: Italia allo sfascio

Arriba Espana! Il Fmi sancisce che il Pil pro capite iberico ha superato quello italiano. Dunque siamo individualmente più poveri degli spagnoli nonostante loro siano alle prese con la drammatica crisi della Catalogna. Ma il ministro scadente Padoan dice che va bene così, che siamo sulla strada giusta. Una strada che ci porterà magari a farci sorpassare pure dalla Grecia e, a quel punto, il Padoan di turno potrà stappare la bottiglia di Champagne inviata in omaggio dal Fmi per premiare il massacro degli italiani. D’altronde le richieste degli organismi internazionali vanno in direzione di nuove tasse per impoverire ulteriormente i sudditi della Penisola. E se dovesse arrivare un governo tecnico alla guida del Paese, le misure chieste dall’Europa e dagli organismi al soldo degli speculatori sarebbero immediatamente imposte agli italiani. Nella certezza che questa Italia allo sfascio non farebbe nulla per ribellarsi. Un Paese che è perfettamente rappresentato dai teppistelli che si immortalano mentre insultano e minacciano i loro professori. Ragazzotti maleducati perché figli di famiglie che non hanno saputo educarli. Perché cresciuti in scuole dove l’autorità è un tabù. Se il prof deriso e minacciato avesse reagito con un sacrosanto ceffone, sarebbero scattate misure disciplinari nei suoi confronti, denunce penali, servizi giornalistici indignati con interviste a famiglie inferocite. E questa Italia si meraviglia se viene sorpassata pure dalla Spagna? Non è il Paese iberico a volare, è l’Italia a precipitare. E senza paracadute